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PETER LINDBERGH//HEIMAT A SENSE OF BELONGING

Alexandra Carlsson, Beri Smither, Harue Miyamoto Beauduc 1993 Photo by Peter Lindbergh Emporio Armani Magazine 10

Personally curated by Giorgio Armani with the Peter Lindbergh Foundation, the exhibition pays homage to the powerful af nities between two visionaries whose unique sense of identity has set very personal standards, in art as well
as in life. Giorgio Armani and Peter Lindbergh shared values that imbued their respective aesthetics. The appreciation for the soulfulness of truth and a quest for honesty as opposed to artifice, in particular, made them close collaborators since the Eighties and all along their careers.

Focusing on known and lesser known aspects of Lindbergh’s work, Heimat. A Sense of Belonging unfolds as a three-sections movement on the ground floor of Armani/Silos. The photographer’s unique viewpoint, his idea
of space and beauty and his unmistakable aesthetics are revealed, together with the sources of inspiration, in a journey that goes beyond the idea of fashion photography, starting with the portraits of The Naked Truth, expanding with the powerful ambiances of Heimat, settling with the startling rawness of The Modern Heroine.

Lindbergh’s understanding of femininity, his interest in personality and proclivity for truth have always set him apart among his peers. There is an inherent honesty to Lindbergh’s work that is closely linked to his own Heimat.
The word Heimat, in German, means more than home: it is a place of the heart; it is where one belongs. For Lindbergh, Heimat was the industrial background of Duisburg, with its factories, fog, metal and concrete. Berlin’s 1920’s aesthetics was another indelible imprinting. Through the filter of a soulful gaze, such sources spawned a sense of raw beauty that marks the photographer’s whole œuvre.

The core of the Armani/Silos exhibition revolves around images in which expressive industrial surroundings are more than mere backgrounds: narrative protagonists, as beautifully naked in their truth as Lindbergh’s portraits, always stripped bare of artifice, and his idea of the modern heroine as a powerful woman who shows signs of age and time with pride. Within these three movements, Heimat. A Sense of Belonging depicts the complexity and the directness of Lindbergh’s work, and its sense of timelessness.

“I have always admired Peter for the consistency and intensity of his work. Timelessness is a quality I personally aspire to, and one that Peter definitely possessed. With this exhibition at Armani/Silos I want to pay tribute to a wonderful professional companion whose love for beauty represents an indelible contribution to our culture, not just to fashion” says Giorgio Armani.

Known for his cinematic images, Peter Lindbergh (1944-2019) was born in Leszno, Poland, and spent his childhood in Duisburg (North Rhine-Westphalia). He studied ne art in Berlin and free painting in Krefeld, turning his interest to photography after moving to Dusseldorf in 1971. Joining the Stern magazine family along with photography legends Helmut Newton, Guy Bourdin and Hans Feurer, he moved to Paris in 1978 to further his career. Lindbergh quickly introduced a form of new realism, prioritizing the soul and the personality of the subjects, thus changing the standards of fashion photography for good, steering away from age and beauty stereotypes. His work is best-known for the simple and revealing portraits, and the strong in influences from early German cinema and the industrial surroundings of his childhood.

Since the late Seventies, Peter Lindbergh has collaborated with prestigious magazines including American and ItalianVogue, Rolling Stone, Vanity Fair, Harper’s Bazaar US, Wall Street Journal Magazine, Visionaire, Interview
and W. He has photographer three Pirelli calendars, in 1996, 2002 and 2017 respectively, and his work is featured in the permanent collections of the Victoria & Albert Museum (London), Centre Pompidou (Paris), MoMA’s PS1 (New York). He has had solo exhibitions at Hamburger Banhof (Berlin), Bunkamura Museum of Art (Tokyo), the Pushkin Museum of Fine Arts (Moscow) Kunsthal Rotterdam, Kunsthalle Munchen, at the Reggia di Venaria (Turin) and at Dusseldorf’s Kunstpalast.

Peter Lindbergh has directed a number of critically acclaimed lms and documentaries: Models, The Film (1991);Inner Voices (1999) worth the Best Documentary prize at the Toronto International Film Festival (TIFF) in 2000;Pina Bausch, Der Fensterputzer (2001) and Everywhere at Once (2007), which was narrated by Jeanne Moreau and presented at the Cannes and Tribeca Film Festivals.


// Curata personalmente da Giorgio Armani in collaborazione con la Fondazione Peter Lindbergh, la mostra evidenzia le straordinarie affinità tra due figure visionarie, il cui originale senso di identità ha definito standard molto personali e molto alti, tanto nell’arte quanto nella vita. Giorgio Armani e Peter Lindbergh hanno condiviso valori che hanno permeato tutta la loro estetica. In particolare, l’apprezzamento per la verità e l’anima che da essa emana, e la ricerca dell’onestà in opposizione all’artificio, hanno dato vita a una stretta collaborazione iniziata negli anni Ottanta e proseguita nel corso delle rispettive carriere. 

Incentrata sugli aspetti noti e meno noti del lavoro di Lindbergh e allestita al piano terra di Armani/Silos, Heimat. A Sense of Belonging si sviluppa come un movimento in tre sezioni. Il punto di vista unico del fotografo,
la sua idea di spazio e di bellezza, la sua estetica inconfondibile e le sue fonti di ispirazione si svelano in un viaggio che va oltre l’idea della fotografia di moda. Si parte dai ritratti di The Naked Truth, si prosegue con le possenti atmosfere di Heimat, si conclude con la sorprendente schiettezza delle immagini di The Modern Heroine.

La comprensione della femminilità dimostrata da Lindbergh, il suo interesse per la personalità e la sua propensione per la verità, lo hanno sempre distinto dai suoi colleghi. C’è un’onestà intrinseca nel lavoro di Lindbergh che è strettamente legata alla sua stessa Heimat. La parola Heimat, in tedesco, significa qualcosa di più di casa: è un luogo del cuore, il luogo a cui si appartiene. Per Lindbergh, Heimat é il background industriale di Duisburg, con le sue fabbriche, la nebbia, il metallo e il cemento. L’estetica della Berlino degli anni ’20 ha lasciato un’altra indelebile impronta nel suo lavoro. Attraverso il ltro di uno sguardo pieno di umanità, tali spunti hanno generato un senso di cruda bellezza che connota l’intera opera del fotografo.

Il cuore della mostra ospitata nell’Armani/Silos ruota intorno a immagini in cui l’espressivo ambiente industriale è qualcosa di più di un semplice sfondo: un protagonista narrativo, splendidamente nudo nella sua verità, così come lo sono i ritratti di Lindbergh, sempre spogli da qualsiasi artificio, insieme alla sua idea di eroina moderna come donna piena di potere, che mostra con orgoglio i segni dell’età e del tempo. All’interno di questi tre movimenti, Heimat descrive la complessità e l’immediatezza dell’opera di Lindbergh, e la sua atemporalità.

“Ho sempre ammirato Peter per la coerenza e l’intensità del suo lavoro. Essere senza tempo è una qualità a cui aspiro personalmente, e che Peter sicuramente possedeva. Con questa mostra all’Armani/Silos voglio rendere omaggio
a un compagno di lavoro meraviglioso il cui amore per la bellezza rappresenta un contributo indelebile per la nostra cultura, non soltanto per la moda” afferma Giorgio Armani.

Noto per le sue immagini cinematografiche, Peter Lindbergh (1944-2019) nasce a Leszno, in Polonia, e trascorre l’infanzia a Duisburg (Renania Settentrionale-Vestfalia). Studia belle arti a Berlino e pittura a Krefeld, rivolgendo il suo interesse alla fotografia dopo essersi trasferito a Dusseldorf nel 1971. Entrato a far parte della famiglia della rivista Stern insieme a leggende della fotogra a quali Helmut Newton, Guy Bourdin e Hans Feurer, si trasferisce a Parigi nel 1978 per proseguire la carriera. In poco tempo Lindbergh introduce una forma di nuovo realismo, dando priorità all’anima e alla personalità dei suoi soggetti, modi cando così in modo definitivo gli standard della fotografia di moda, e allontanandosi dagli stereotipi riguardanti età e bellezza. Il suo lavoro è conosciuto soprattutto per i ritratti semplici
e rivelatori, e per le forti influenze esercitate su di esso dal cinema tedesco e dall’ambiente industriale della sua infanzia.

Dalla fine degli anni Settanta, Peter Lindbergh ha collaborato con prestigiose riviste, tra cui l’edizione americana e italiana di Vogue, Rolling Stone, Vanity Fair, l’edizione americana di Harper’s Bazaar, Wall Street Journal Magazine, Visionaire, Interview e W. Ha realizzato le foto di tre calendari Pirelli, rispettivamente nel 1996, 2002 e 2017, e i suoi lavori sono presenti nelle collezioni permanenti del Victoria & Albert Museum (Londra), del Centre Pompidou (Parigi), del MoMA PS1 (New York). Sue mostre personali sono state ospitate all’Hamburger Banhof (Berlino), al Bunkamura Museum of Art (Tokyo), al Pushkin Museum of Fine Arts (Mosca) alla Kunsthal di Rotterdam,
alla Kunsthalle di Monaco di Baviera, alla Reggia di Venaria (Torino) e al Kunstpalast (Dusseldorf).

Peter Lindbergh ha diretto una serie di film e documentari acclamati dalla critica: Models, The Film (1991); Inner Voices (1999), che si è guadagnato il premio Best Documentary al Toronto International Film Festival (TIFF)
nel 2000; Pina Bausch, Der Fensterputzer (2001) e Everywhere at Once (2007), con la voce narrante di Jeanne Moreau, presentato a Cannes e al Tribeca Film Festival.


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